La riabilitazione di Venezia costa, soprattutto se ci si chiede come finanziare un 'grande' cantiere in una città che è tutta costruita. Ma la costante decomposizione della città interroga: come 'salvare' la vita della città e non semplicemente i suoi monumenti?
Ma la città interpretata come un'area specializzata, una 'zona' o parco a tema richiede anche un sistema avanzato di servizi che sono assicurati da una popolazione decentrata sul territorio che vive un pendolarismo locale con la terraferma o regionale, o forniti dalle prestazioni intermittenti o 'stagionali' di lavoratori che in realtà proprio per le caratteristiche di mobilità del lavoro contemporaneo non hanno o non possono avere il profilo proprietario che suppone permanenza e staticità.
E' evidente che la vita di un centro storico non può esaurirsi nel suo patrimonio storico-monumentale, basarsi sul turismo e sulle attività culturali se queste qualità non sono interdipendenti e poste in un tessuto urbano che include invece di escludere le risorse sociali, dove la coesistenza di molteplici attività e la polifunzionalità delle strutture permettono alla città di definirsi tale.
In questa trasformazione già in atto è il concetto ampio dell’abitare (l’habitat) che va riabilitato: l'habitat non è solo il tetto ma anche - ad esempio - il cibo e l'acqua e tutto quello che è necessario per vivere alla popolazione cittadina, insieme di singolarità differenti e non somma di individui statisticamente uguali. Questo ampliamento è affine al concetto di ‘sostenibilità’ che include il dato culturale perché si passa da considerazioni di ‘quantità’ a quelle di ‘qualità’; le categorie etiche ed estetiche ma soprattutto il senso che la storia può imprimere nella definizione del vivere quotidiano e le influenze esercitate dalle condizioni materiali di vita sulla costruzione dell'immaginario collettivo vengono incluse in una valutazione complessiva dell'habitat, dall'ecologia e all'economia.
Un habitat socialmente ed ecologicamente sostenibile è realizzabile come dimostrano alcune esperienze, tra cui quella di alcuni abitanti veneziani con la sperimentazione di un progetto pilota che integra risanamento e autorecupero di spazi abitativi e ristrutturazione di spazi comuni e pubblici (www.rebiennale.org). Cantieri in cui si impara attraverso la pratica dell'autocostruzione con materiali recuperati o riciclabili e l'uso di tecnologie semplici. Un progetto anche per pensare l'architettura e la costruzione come un processo evolutivo che non finisce con la conclusione di un cantiere, cioé per pensare agli abitanti e non alle case perché quello che ha valore è la realtà che cambia in scala naturale e non il progetto disegnato, o il modello. Nel progetto pilota chi abita è protagonista, di conseguenza l'architetto prima di tutto offre gli strumenti o la struttura che permette all'abitante di intervenire nel proprio ambiente architettonico, di costruire in senso materiale e simbolico nel contesto in cui vive, dalla casa al quartiere, alla città. È l'esperienza concreta di un'architettura abitata e disegnata dagli occupanti che inventano soluzioni adatte ai propri bisogni e necessità e che la spingono ad evolversi.
Nella sperimentazione dell'habitat deciso dall'abitante ci si confronta con una morfologia particolare di città-centro storico e isola, o meglio insieme costruito di isole. Venezia comporta una rappresentazione specifica della mobilità che non è esclusivamente legata alla sua viabilità pedonale e meccanica-acquea. La relazione tra le vie di comunicazione lagunari diventa cruciale dal punto di vista degli abitanti se la si legge attraverso le prospettive e i progetti urbanistiche che vengono proposti e il modello di sviluppo determinato dalle infrastrutture di accesso e di circolazione nel centro storico e nelle isole. Ed è lungo questi itenari che si disegnano le mappe sociali ed economiche della città-territorio.
Osservare per poi ripensare i modelli di mobilità significa prima di tutto osservare forme di pendolarità e sedentarietà socialmente identificabili. Il diritto alla mobilità come condizione globalizzata del presente, qui facilmente associabile all'importante flusso turistico quotidiano, va dunque inserendosi in una sfera che si dilata nella sua temporalità lineare ( in transizione tra un passato come città-museo e un futuro come parco espositivo della produzione culturale) e bidimensionale, ma che si comprime nello spazio con le tecnologie della comunicazione e l'abolizione della convenzione di confine.
Senza pretendere di connotare questa traccia come indizio di ricerca si cerca di suggerire uno sguardo della città come esperienza vissuta e non come struttura pianificabile o pianificata dove la condizione di mobilità e flessibilità può essere letta come relazione complessa dello scambio.
Scambio inteso come relazione sociale ambivalente (ridistribuzione) e inserito nella sfera dei 'commons' dove il valore simbolico del dono si basa (ancora) su un triplo dovere: dare, ricevere, ricambiare. Il dono implica un'azione circolare che salda la relazione e che costruisce legami sociali perché "obbliga" nel tempo e rende costante la relazione di interdipendenza. La solidarietà e l'altruismo sono opzioni, mentre il benessere collettivo non può rinunciare ad un' armonia di interessi - non esclusivi e basati sul principio di utilità - che danno forma al bene comune. Il dono è presenza nella convivenza, è condizione implicita del vivere comune, tutt'altro che un residuo o una relazione inadeguata o anacronistica esso assume un aspetto centrale e contemporaneo nelle attività umane. Il dono strappa lo schermo dell'utile e dell'interesse come criterio di riconoscimento, interpretazione e valorizzazione della relazione sociale e ambientale.
Il laboratorio IUAV "Venezia sostenibile" curato da Marjetica Potrc permette un processo di costruzione simbolica che aiuta a visualizzare l'ibridazione dello scambio veicolato dalla pratica agricola nell'arcipelago lagunare.
Ed è in questa prospettiva che è possibile considerare la formazione di immaginario collettivo indagata nel workshop "Sustainable Venice" (http://potrc.org/b/nw/), dove la produzione agricola in laguna viene intesa come strumento di cultura e dove le competenze tradizionali e moderne interagiscono con la sperimentazione tecnologica e artistica di "Rainwater Harvesting" (http://www.kahrl.com/).
Parlare del ciclo di produzione in termini di cultura pare un'ovvietà, invece se si comincia ad osservare quali strade percorre il prodotto agricolo/alimentare vediamo che queste vie portano con sé valori simbolici e ideologici. La lettura trasversale di questa relazione attraverso la permacultura che associa il ciclo dell'acqua e del cibo ci restuituisce una visione che è rappresentabile nella sua fluidità, raccontabile in un oscillare permanente nel corso del tempo tra cronaca e storia, società e cultura materiale, religione-corpo e mestieri dell'arte. Storie e microstorie capaci di illuminare sulle vicende degli abitanti veneziani, sui loro bisogni, sogni e incubi.
Gli abitanti della laguna oltre ad essere sottomessi ad una tripla accelerazione, della conoscenza (servizi), della tecnologia (vie di comunicazione e di circolazione), del mercato (turismo culturale) vivono uno scarto sempre più acuto tra la rappresentazione di una città multidimensionale e 'senza frontiere' e la frammentazione sociale dove l'estensione del tessuto urbano si prospetta attraverso i grandi cantieri (Sublagunare per esempio).
L'instabilità è componente della mobilità associata agli aspetti dinamici della macro-economia, ma anche il suo lato oscuro se si indaga la relazione sociale. Un repertorio delle zone 'non identificabili' della città lagunare e della Laguna stessa potrebbe fornire una mappa dell'immaginario per difetto dei residenti di Venezia. Chi e quanti conoscono le sue 'periferie'? Spazi abbandonati, la cui memoria esiste solo nei ricordi di pochi abitanti. Luoghi in attesa ma senza progetti visibili dietro la storica, a volte monumentale facciata. Essi corrispondono a delle storie riattualizzate di volta in volta che un cantiere si apre nel cuore della città e della laguna. Queste zone geografiche anche molto ridotte hanno un grande impatto sulla parola e sulla coesione sociale che la parola può produrre all'interno di un quartiere, di un rione o di un caseggiato. Questi spazi, alcuni dei quali vengono identificati come "non-luoghi", sono l'avamposto della trasformazione, e allo stesso tempo comunicano tra di loro. A Venezia come altrove.
Sfasature nello spazio urbano che corrispondono spesso alle lacerazioni del suo tessuto sociale e a ciò che viene percepito dagli abitanti come non-funzionale alla città. Sintomatica anche la mutazione della scala di valori che registrano le attività svolte nel centro storico e nelle isole e che corrisponde al loro decentramento o incremento. La necessità di ridefinire i rapporti tra interno ed esterno, la connessione alla rete di circolazione e di comunicazione mondiale è parte della nuova visione della città.
Ma questa esigenza rivela una doppia tensione e una doppia difficoltà: da una parte Venezia città globalizzata appartiene esplicitamente ad un network economico, artistico, scientifico per la sua specificità ambientale, la cui vivacità è misurabile dai flussi (beni, persone, merci) che entrano ed escono. Si trasforma comunque non avendo bisogno di vendere un'immagine di prestigio. L'immagine di accoglienza è invece essenzialmente concepita per la sfera interna, quindi non per attirare capitali e investimenti già acquisiti non solo con il turismo, ma per controbilanciarli nell'immaginario di chi ci abita e la visita. Sull'altro versante, geograficamente e socialmente, la città di estende e si sposta. La composizione degli abitanti del centro storico è molto ridotta, principalmente ceto medio-alto ed élite internazionale, residenzialità rarefatta mentre si densifica in terraferma. Uniformità da una parte, diversità dall'altra. Le isole come satelliti porosi in laguna esprimono questa contraddizione.
L'espressione concreta della relazione alla città, con una vera e propria geografia temporale passa attraverso il 'dono'. Il dono permanente dell'immaginario universalista che caratterizza ogni luogo in laguna, un luogo che si può conoscere anche senza averlo mai visto, o averne visto le immagini veicolate nei secoli. La sedimentazione di questa forma di dono è rintracciabile in ogni decisione presa a proposito della vita della città, anche quando le decisioni si presentano come più o meno radicalmente opposte. Il dono crea un debito e genera un circolo virtuoso nello scambio di valore simbolico e materiale perché crea legame e relazione, implica l'obbligo di ricevere e di restituire, per questo la dinamica che regge l'impatto con la macro-economia del turismo culturale è virtuosa. Figura spaziale del tempo dove è possibile coniugare presente, passato e futuro, oggetto di ricordo e di aspettativa, cantiere sempre aperto. La città è un'illusione e un'allusione allo stesso tempo.
Pensare la mobilità in un luogo oggetto e soggetto del dono vuol dire imparare a ripensare il tempo. Pensare la mobilità in relazione allo spazio ma essere incapaci di concepirla nella sua relazione al tempo caratterizza l'accelerazione e paradossalmente la paralisi di fronte alle passate divisioni spaziali (frontiere, culture, identità), come se di fronte al cambiamento il corpo della città fosse assalito da una vertigine e i suoi molteplici governi si rifugiassero nel credo di antiche cosmologie, cicli che ritornano come la 'salvaguardia'.
Molte culture hanno simbolizzato i limiti e gli incroci, luoghi particolari dove avviene l'incontro con l'altro e ci si mette in gioco per cambiare. Ci sono dei limiti 'naturali' come le montagne, i fiumi, gli stretti e i limiti dati dal 'perimetro' linguistico, culturale o politico. I limiti sono rappresentati come frontiere, non necessariamente barriere o ostacoli, e sono espressi in molte forme ma una costante della linea di separazione (o frontiera) resta quella del segnalare prima di tutto la necessità di conoscere per capire perché la conoscenza sposta progressivamente le frontiere dell'esperienza. Tutte le vie di circolazione e di comunicazione attraversano frontiere che non si cancellano mai ma si ridisegnano.
Utilizzare quindi la tecnologia e la scienza nella loro applicazione sperimentale ci permette di modificare i comportamenti e lasciare che i metodi tradizionali sedimentino laddove è possibile una trasformazione, un passaggio attraverso un limite o il suo spostamento sia in senso spaziale che temporale. La relazione sociale, in questo senso, implica una sperimentazione 'scientifica' dell'idea di democrazia, idea che è sempre incompiuta, che deve saper ridisegnare i suoi limiti in un perimetro mai assoluto e che per costruirsi richiede di esplorare il terreno come il territorio.
Marina Nebbiolo
Abitante di Venezia da otto anni non ho dovuto sottomettermi alla prova dell'osservazione da un 'esterno' rispetto ad un 'interno' designato da una identità di appartenenza. Tuttavia, anche per chi abita in questa città rari sono gli ambiti dell'attività e della vita quotidiana in cui si ha la libertà di non giustificare e dunque spiegare la presenza negoziando il proprio statuto di "altro" e straniero.
E come accade in ogni pratica 'etnologica' è necessario assumere un ruolo che viene attribuito o che si rivela funzionale alla messa in gioco, una coscienza del proprio spazio di manovra che nel caso descritto è la mia stessa vita nella sua dimensione più personale e intima perché include l'abitazione e il lavoro.
In questo senso non ho potuto capire la città-mondo se non attraverso il riconoscimento di questo ruolo di non extra-territorialità assegnatomi. Levi-Strauss, al tempo dell'etnologia comparata, avrebbe definito questa attitudine di ricerca "capacità infinita a rendersi oggetto di transizione", posizione all'incrocio che si tiene in equilibrio tra tensioni di differenti innesti culturali, e anche tensioni tout court. Come una sorta di perenne penultima tappa di un viaggio in cui non ci si può mai identificare con il turista. L'ultima è quella della documentazione, del resoconto orale, visivo o scritto, etc. Forse non è un caso che questo sguardo empirico mi riporti dalla laguna alla prima ricerca sul campo in una delle comunità del deserto di Tanami nel Northern Territory (Australia) per orientarmi nell' elaborare questo parziale contributo dove ho ceduto alla tentazione di conoscere qualcosa di più del mettersi in gioco. Ho certo imparato molto ma continuo ad interrogarmi su quanto ho appreso dell'abitare in relazione al 'decentramento' e delocalizzazione, distanze non misurabili in termini spaziali e geografici nel quadro urbano della contemporaneità veneziana e sulla reciprocità delle relazioni sociali in esso. Non si tratta solo di osservare quindi ma ma di 'fare', di agire, di viaggiare all'interno e di rendere conto di un prima e di un dopo incompiuti. Un presente che è sempre un ricominciare.
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